De Profundis Clamavi

TU NON PUOI VOLERE, NE' DESIDERARE, ALTRO CHE ESSERE.

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sabato, 17 maggio 2008 ore 19:48

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venerdì, 16 maggio 2008 ore 01:15
greyspaventoxh9

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venerdì, 16 maggio 2008 ore 01:06
Adonai.
Belial, Roth, Moloch, Satana, Asmodeus, Ziz, Aamon, Baal, Hermes Triplex, Tritemius. Aradia
.
mi sentite?
State a guardare.
Malocchi e Maledizioni, ali puntute e settimane di spilli, limoni cotti e crudi, preferisci la cerimoniale, bene apri a est prima di tutto, stregoneria italiana e la noce? loro la fanno con le pietre, no che tarocchi, i tarocchi non sono operativi, parlo di loro di quelli veri. io con loro ci parlo, sono evocati prima che lo voglia, è una cosa bellissima, arrivano sempre due secondi prima e le ombre, ecco le ombre classiche.
State a guardare, demoni. copritevi le maschere.
Stanotte non ne esco vivo, ma me la pagheranno.
Me la pagheranno tutta.

L'occhio del malocchio è un simbolo strano, una volta finito di tracciarlo ti sembra sempre che manchi qualcosa. No, non ti sei scordato niente, il cartiglio completa la funzione, il feticcio arriva a destinazione. le parole da ripetere, importanti quanto il rituale stesso, magia nera, dopotutto, parla e dice "Adonai Adonai....

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giovedì, 15 maggio 2008 ore 19:18
America


12.. “I sogni dell’inizio”

 Non ne trovarono un altro. Non lo cercarono nemmeno. Rimasero per qualche tempo lì, sul marciapiede davanti all’ospedale, guardando a turno la croce rossa e l’insegna luminosa che sbatteva l’orario digitale sulle loro fronti. I fari delle piste d’atterraggio per gli elicotteri e un vento balordo si alzava quasi sempre a sollevare le gonne di Sophie e Jackie, lasciandole fiere&istupidite per quei tocchi magici e letali, quasi profumati, si alzava a sferzarli lì dove faceva più male, proprio dietro gli occhi. Quell’esatto punto astrale in cui America e Europa si uniscono al centro dell’ipotalamo di Cristoforo Colombo inventore di nuova terra. È una scintilla sintetica precisa e istantanea, nuova, come la novità dei cerotti sulle gambe di Lady quando era caduta dalla cima di un cartello stradale, gliel’aveva insegnato Morgan a farlo senza che gli avvoltoi ti vedessero. Non gli aveva insegnato a scendere, ma faceva lo stesso. Sophie aveva pregato giorno e notte davanti un’edicola che raffigurava un antico dio alieno che si mordeva una cosa che somigliava alla bocca e che bocca non era. Era unta di un alcolico strano, come se dovesse davvero bere per offrire agli dei la deidrogenasi più pura come fosse in verità in verità vi dico un distillato mirabolante e santo. Alcol come olio. Amen. Luna camminava avanti e indietro fissando l’oscuro e faceva tintinnare la catena al fianco per distrarsi. Paul ripeteva a memoria citazioni di libri dimenticati. Tutti loro vivevano per un po’ nella speranza folle che io mi salvassi. Una notte li sognai, mentre mi guardavo i polsi incisi in orizzontale, le bende rosse di sangue.

 

Correvano tutti insieme, era un’immagine di quando lui non era ancora partito. Correvano in un vecchio campo di grano dietro la birreria di un paese troppo bello per essere ricordato. Tutti correvano ed erano felici&ubriachi, come se le due cose potessero essere divisibili. Io e Sophie ci rotolavamo per terra e provavamo a baciarci senza mai riuscirci del tutto, e pure io prendevo bene la mira ma le colpivo la guancia, o il naso e allora ridevamo di un riso tremendo e senza significato. Ero vivo. Il capitano Morgan scese dalla nave e ordinò all’altro Morgan di prendere in consegna i suoi nemici, gli regalò la bandiera e il cappello, fece un inchino e con la coda dell’occhio sbirciò Luna che guardava le montagne rosa all’orizzonte, le guardava con odio, ma con tranquillità, come se sapesse che un giorno le avrebbe annientate. Quella ragazza distrugge, è la sua maniera per conoscere. Capisce una cosa solo quando è distrutta. A un certo punto si alzavano le brocche e veramente eravamo amici e non ancora gruppo e non ancora affiatati&circospetti e circondati da tutto il mondo a divise e squadre di NHL spianate con le maschere bianche pronte a fracassarci le costole. Nessuno era felice a modo suo, ma nell’insieme si, ognuno era perfettamente funzionale, ognuno faceva quello che doveva fare, niente di più e niente di meno, così se lui rimaneva in silenzio, io mi ergevo a controllarli, neppure sapevo perché. Venne il tramonto, e nell’aria rossa di sangue, mentre la camera era in soggettiva sull’erba alta su ognuno di noi, un passo e poi l’altro un passo e poi l’altro udimmo un gridolino di sorpresa di Lady. HIII! Accorremmo a circolo, e ci guardammo, e guardammo il centro del circolo e lo vedemmo. Vi era deposto un serpente nero che stava cercando di inghiottirsi. Immaginate lo stupore e come si dimenava nell’erba secca! Non era solo uroboro, non era solo eterno ritorno. Era vivo, e non finiva.

Quando ci guardammo negli occhi di nuovo il serpente era già morto. Nessuno disse una parola quando lui cominciò ad accatastare la legna per il primo Grande Fuoco Tomba del Serpente (era così che si chiamava in origine) della storia. Era la prima congrega. E il primo Grande Fuoco. Ora ne fanno centinaia in ogni parte del mondo, Tamara ballava con Yusuke e Mircea con Anna. Ovunque grandi fuochi! Ma il primo era il nostro.

Ero vivo. E stavo sognando.

 

I polsi mi facevano male ma non potevo avere torto quindi avevo inequivocabilmente ragione. E si che avrei fatto meglio ad avvelenarmi, ma non conoscevo la ricetta di un veleno che si potesse creare con le poche cose che avevo, polvere, sangue, le arance che crescono in una traversa di via Carlo Fea in primavera. E così me le tagliai, senza pensare troppo alle metamorfosi che sarebbero conseguite, il motivo preciso, forse è per lui, forse per tutta la Congrega. Forse per sbaglio. Comunque, le lamette erano state leggere e precise, faticai solo un po’ per scaldare l’acqua dove immergere i polsi. E poi fu solo flusso di coscienza, stream of consciusness, bianchi asciugamani sporchi di sperma in un posto lontano da qui, lontano da Roma, in carcere forse, ma la sabbia no non era di un carcere, e l’aria viziata era esotica mischiata con qualche altra salsedine, umore di donna arrabbiata e sadica, uomo emaciato e robotico, enorme senza spina dorsale, grande bestia ambo-i-sessi come una statua di dio onnipotente prima di tutto il mondo degli uomini, mi sono creato da solo mentre facevo il bagno in una piscina bollicine di champagne a Dallas, lo ricordo perfettamente il campo di Basket di Harlem e l’Harem delle sorelle Manila tra la terza e la sessantanovesima, e loro ridevano mentre mi guardavano, mentre portavo la mia pelle nera all’angolo e gridavo allora che cazzo ridi puttana mentre Elisabeth mi guardava, e io facevo il cazzone, nessun Tim liceale mi avrebbe pestato, no, mia cara, questa è l’America, e c’è posto per tutti. Per me perfino per te c’è posto in America, devi solo partirci di testa prima di tutto, è un gioco che si può fare solo col pensiero veloce, bam bam, non muoverti mima il gesto della pistola, bam bam socchiudi un occhio e tira fuori un pezzettino di lingua, si esatto. Devi giocarci con l’America, vai fratello! Scappa e tira fuori le tue fottute fucking palle da stronzo bianco. Mi senti ancora fratello? Scappa, fratello! Non ti scorderai mica dei fratelli non è vero?

 

- No fratello, non ti scorderai mica dei fratelli?

- Sta tranquillo, Paul. Sono qui.

- Stai tranquillo tu, la Congrega non si è ancora suicidata.

- Lo so bene. Allora che avrei fatto senza di voi? Sicuramente qualcuno mi avrebbe fatto morire per la pena di non avermi tra i piedi.

- Stronzate, volevi morire lo so bene. Non dovrei nemmeno stare qui a dargli questa importanza. Voglio solo che ricordi che noi lo sappiamo. La Congrega sa che vuoi morire. Non ne parleremo più, non avrebbe senso. Ma la notte, mentre cantiamo a squarciagola le parole che Luna tenta di leggere nelle stelle, quando Lady ti chiederà se anche lei può avere un bambino, quando consolerai Jackie per un’altra violenza subita e una rimandata a domani, lo sapremo, ce lo ricorderemo, ci passerà davanti come un fottuto lampo bianco e tu lo capirai. Voglio solo che ricordi questo. Noi questo  non ce lo dimenticheremo. Mai.

- Dove sono gli altri?

- Qui fuori, stanno entrando.

- Dovremmo farlo Paul, tocca a te adesso.

- Adesso?

- Adesso. Respira Paul, sarà facile.

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giovedì, 15 maggio 2008 ore 13:53
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mercoledì, 14 maggio 2008 ore 19:17
America

11.“Il suicidio dei simili”

 
PAUL – Ero con lui quando è successo…

JACKIE – Non dire stronzate, Paul.

PAUL – Davvero, era il 1979 mi pare, io facevo ancora a gara con…

SOPHIE – Per favore, finiamola, non vi sopporto più.

LADY – Non pensate sia il caso di decidere cosa fare di lui, ora? E non guardatemi così, sono la più giovane.

MORGAN – Lo butteremo a mare! No? –

LUNA – Non credo.

MORGAN – Non vuol dire no…

LADY – Qualcuno di voi sa perché lo ha fatto?

CONGREGA – …

LADY – Che so, un motivo qualunque.

PAUL – Si sentiva solo?

SOPHIE – Depressione?

JACKIE – Sarà stata colpa nostra?

SOPHIE – Sarebbe un onore troppo grande, non lo meritiamo.

CONGREGAUhm uhm…- Cenni d’assenso

JACKIE – Ora è in ospedale, dovremmo andare a trovarlo, anche se non sopporterei tutte quelle flebo, e fili colorati, dovrebbero impacchettarcelo e rispedircelo al più presto

LUNA – Non tornerà più.

MORGAN – E ora? Noi come faremo?

LUNA – Non ne ho idea, non mi interessa.

SOPHIE – Il mondo è pieno di Narratori, non credi?

LUNA – Non so. È l’unico che io abbia mai incontrato.

PAUL – Dovremmo andare a cercarcelo da qualche parte, dovremmo fargli pena, pregarlo di darci ancora un senso.

MORGAN – Credete che sia necessario? Potremmo fare senza.

CONGREGA Occhi fuori dalle orbite

MORGAN – Ok, ok, come volete voi, piccoli fantasmi puzzolenti e sporchi.

JACKIE – Il problema è sapere se ora la Congrega ha ancora un senso. Il serpente senza testa quanto ancora può muoversi? Le nostre parole sono solo spasmi di riflesso, lo so, sigh, lo so.

SOPHIE – Non piangere Jackie, accarezzandole la testa, non piangere, vedrai le cose si sistemeranno.

JACKIE – Le cose non sono mai state sistemate, nemmeno quando c’era Lui, maledetta America, so che è stata colpa sua, dannazione. Non ci sarà più niente d’ora in poi. Lo so.

SOPHIE – D’accordo ma non piangere, non piangere.

LADY – Ma voglio dire ragazzi, lui non è ancora “andato”, non c’è speranza?

MORGAN – Il grande fuoco ha arrostito anche lei, bambina, non hai sentito odore di caramello l’altra notte?

LADY – si ma… -

MORGAN – La speranza non è per gente come noi. Non è calorica, non ti fa andare avanti. La speranza di questa gente è la pigrizia del restare fermi immobili davanti a un giornale, come Morgan davanti alla sua prima lettera di corsa. Sapete che il paese dove è stato sepolto è sprofondato nell’oceano dopo un uragano? Se ci pensate, è una cosa così naturale, era un corpo che il Mare doveva avere per se, nascosto & chiuso, altrimenti…

LUNA -  Ecco, è andato di nuovo.

MORGAN - …altrimenti gliel’avrebbe fatta vedere lui a tutti quelli che gli si mettevano in mezzo a rompergli le scatole, tsè, mosche schifose in cerca di pesce marcio da odorare.

LUNA – hai finito?

MORGAN – Mi piacerebbe avere iniziato, Luna. Significherebbe una grande pietra su cui poggiare le mie gambe malferme. Ma niente, non la trovo, non c’è. Il grande problema, come inizia la storia?

Sophie guardava ammirata la scena

JACKIE – Sapete come lo ha fatto?

PAUL – Ho trovato questa lametta

SOPHIE – No, tutto quel sangue…

JACKIE – Avrebbe potuto avvelenarsi, io mi sarei avvelenata.

LADY – Dannatamente più subdolo, non credi? Ingannare il corpo…

JACKIE – Non lo inganniamo tutti i giorni? Il tramonto per addormentarsi quando non hai sonno, le sigarette per non poter avere fame nel bruciore di stomaco, masturbarsi quando ci annoia, non credo sia molto diverso.

LADY – No Jackie, è una cosa diversa, dannatamente diversa.

SOPHIE – Fa freddo qui, nessuno ha una sigaretta?

PAUL – Prendi, sono di paglia e carta di giornale, il fumo è molto bianco, sembra  nebbia.

SOPHIE – Che serva davvero! Speriamo.

MORGAN – Come avete trovato questa stanza? Sembra una cella frigorifera.

PAUL – Cercando, è una delle grandi certezze di questa vita. Sono rare le volte in cui trovi se  non cerchi, sarebbero regali troppo nuovi, ti hanno mai regalato qualcosa?

MORGAN – La strada mi fa regali tutti i giorni, Paul.

LADY – Io ho avuto una bambola senza un braccio, ma l’ho data via, secondo voi è lì, con lui?-

LUNA – Shhhh fai attenzione Lady, non possiamo parlare di chi è morto. Non sarebbe giusto, non sta bene. Lasciagli la sua pace, e non preoccuparti per Lucy starà bene.

PAUL – Siamo diventati moralisti e io non me ne sono accorto?

SOPHIE – Tu non ti accorgi mai di niente, Paul.

CONGREGA – Vero, si vero.

LUNA – È una delle regole, non c’entra se siamo moralisti o meno.

PAUL – Io queste regole non le ho mai viste, tu le hai viste, Luna?

LUNA – Paul, sai benissimo che non sono nessuno per poter cambiare le regole. Anzi, ormai nessuno di noi può. Saranno la nostra arca dell’alleanza perduta. Sarà la sua immagine in un quadro che appenderemo qui.

PAUL – Ci cacceranno.

LUNA – Lo so, non importa. Noi non siamo fisico. Sai bene quello che ti lega a me e a Lady e agli altri. È una cosa che parte dall’ombelico e non puoi farci niente.

PAUL – Posso sempre andarmene.

JACKIE – No, non è vero, non puoi. Sei debitore alla Congrega, pagherai quello che ci devi quando il serpente porterà via anche te. La morte, intendo.

SOPHIE – La testa rinascerà dal corpo. Dobbiamo solo avere fede. Continuare la nostra vita. Continuare a cercarci nell’asfalto e nelle abrasioni. Cercare di vivere il meglio possibile e…

LADY – …e a dispetto di tutto e di tutti avere ancora speranza…

PAUL –…restare qui e farci forza…

MORGAN - …perché la Congrega è un pensiero che non può morire…

LUNA –…e nemmeno noi moriremo, attenderemo di scaraventarci l’uno addosso altro e aspetteremo il loro ritorno, avremo gli occhi puliti per allora…

JACKIE – e il sole d’America brillerà ancora sulla nostra pelle sporca e dentro i nostri cuori neri e impazziti. Avremo sciarpe come corde degli impiccati, soldi di rame e potremmo bere i nostri calici amari sulla sponda di una vita più simile alla nostra. Una sola vita per sette persone, e pregheremo in silenzio che Lui viva. In tutti i letti che toccherà, nelle bocche in cui morirà di fame, negli intestini vermi-colorati-di-sangue-giallo, nelle donne e negli uomini che incontrerà lungo la strada che gli darà da mangiare parole e cibo. Cristallo e nebbia. Deserti d’America, America & cervello. Suicidio e America. Vita e Morte e Morte d’America.

CONGREGA – Preghiamo.

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domenica, 11 maggio 2008 ore 12:15
America

10. “Sophie, e tutto il resto” o “Un esame di coscienza”

 Sophie è quella che mi piace di più. Lei non ha niente di superfluo. Tutto quello che dice e che fa è perfettamente utile e necessario. Tutti gli altri vivono per i loro attributi, per quello che si sono messi addosso, chi fa il pirata, chi la vittima, chi l’incosciente in abiti bianchi. Loro sono solo quello che hanno addosso. Forse compreso me stesso. Lei no.

Lei non ha niente in superficie che sia accattivante, che ti invogli a comprarla o a dargli retta. Non gli interessa. Al limite sorride e scrolla le piccole spalle, e ti guarda con la faccia girata da un lato, come se aspettasse una foto. È intelligente, Sophie. Forse perché ha vent’anni, e tutto il resto non conta.

 Mi sveglio la mattina che sono felice di una felicità strabordante. Non voglio che questo sembri maleducato, o che mi dicano che non ho tatto. Non lo dico con superbia. Davvero.

Tutto di questo mondo mi fa morire di gioia. Forse si, forse è come diceva mia madre, che la mia sensibilità è troppo grande, che non è appropriata per una donna che vive sulla terra, su questa terra. Ma io non posso farci niente, anche se sono cosciente che l’identità si costruisce, che non è una cosa che viene dai geni. Cerco di vivere nel modo più naturale possibile, e per naturale intendo più congeniale a me stessa. Mi sento come un enorme pallina di pongo che si adatta perfettamente al mondo esterno, alle parole degli altri, ai coltelli, degli altri.

Dio, come sembro inutile. Lo so benissimo, ma questa cosa mi fa sorridere. Cerco di spiegarmi meglio. I miei sorrisi non sono sorrisi di chi non conosce la realtà, di chi non si fa domande. Le espressioni del mio volto provengono da un particolare strato della memoria, quella dove si mantengono ungendosi a vicenda, tutte i fatti più tristi della mia brevissima vita. È che la tristezza, la consapevolezza del vuoto che lascia la morte ti-porti-via-le-cose, una musica blues ululato alla luna (come diceva qualcuno), un uomo amato solo a metà che si incammina pazientemente zaino in spalla lungo la scia di un tramonto che non scorderai mai, ti lascia dentro una tenerezza infinita, una compassione dolce che è difficile, per me, da tramutare in odio, o in indifferenza. Il sorriso languido di Gesù Cristo che perdona, che sa capire  il dolore dell’uomo e lo rispetta. Io nutro il mio dolore, come si ravviva la fiamma di un caffè che non vuole uscire. Mani sul petto e dita sulla testa a contare i ricordi che ti hanno fatto piangere. A contare le lacrime che versi quando provi a sostenere lo sguardo di te stessa bambina che piangeva, che era crudele, con gli altri solo perché era più forte. Non aspiro a diventare santa, non credo di poter essere definita “buona”. Io non ho bontà, desidero solo, ed è un desiderio totale che mi scende dalla nuca fino alla pianta dei piedi lasciando un brivido che sa di miele, che le persone mi donino la loro sofferenza perché io sono nata per accoglierla e accudirla.

Il mio seno è un cuscino, il mio orecchio una culla. Le mie preghiere sono pistole fumanti puntate contro il cinismo di questa gente. Qui avevano molto più bisogno di me che io di loro. Sono con loro perché li rispetto, perché vivo come loro. Perché mi emoziono anche io come loro davanti a una donna incinta ubriaca che cammina con il tacco dieci sui sampietrini, perché come loro conosco a memoria le luci della città che si sveglia, come loro sopporto il vento freddo d’estate e il calore dell’estate mischiato all’asfalto che mi colpisce in pieno viso. Anche io ho preso i miei calci, urlato le mie parole al Narratore, stuprato la notte e rimasta incinta dei microbi endemici che questa vita mi crea dentro. Mi è sembrato, come loro, di leccare il mio cervello come fosse un gelato mai provato, cercando di distinguere il sapore del sangue da quello della materia grigia, da quello dei neuroni. Sapeva di ferro, sapeva di qualcosa di indistruttibile, vivo e di una salsedine tremenda, no era amarena, era l’impasto della torta di mele di mia madre, era il sapore delle bandiere, dei chiodi di Cristo, del sudore delle fasce dei Kamikaze giapponesi. Loro mi vogliono bene, perché me ne vogliono (lo capisco dagli inchini svolazzanti del pirata e dalle mani tese dal delirium tremens di Paul, dai pettini di Lady e dai pianti inconsolabili di Luna), perché ho scelto di usare le mie mani per fare il bene. Di sporcarmele, di non dormire mai, di non mangiare che schifezze. C’è chi decide di buttarsi a piene mani dentro se stesso, per costruirsi, per capirsi. Non lo discuto, è importante, è santo. Ma santo è anche il dispiegarsi, santo è fare quello per cui si è nati, malvagio fare il superfluo, adoperarsi e stancarsi per l’inutile.

Sono la loro croce, il capro di Goya, Abele la vittima, il santo confessore di ogni peccato del mondo, di ogni passo. Nessuno di loro merita se stesso. La loro vita è una lista di occasioni assurde e decisioni prese a caso. Non li biasimo. Ma ne soffro. Solo lui non si è fatto aiutare. Mi ha sempre guardato con odio, o così credo. Indovinavo dietro i suoi occhi chiari un verde sentimento riprovevole, mi sentivo quasi spogliata. Se ne andato lasciando dentro di me una santa insoddisfazione, una cosa lasciata a metà che mi permette ancora di volere altro da me stessa, da pretendere di più nel mio “aiuto-gli-altri-perché-sono-la-cosa-più-egoista-che-conosca”. Perché di questo stiamo parlando, mica di America. Parliamo dell’uomo solo e perso, che prende il suo bastone ramo cieco e sale per le Montagne Rocciose a salutare le ultime aquile della terra. L’uomo vestito di botte che arriva a Chicago per inalare il fumo che si alza calmo dai tombini semiaperti. Lui fa il modello a Boston, il lavapiatti schiavo di un tizio di colore rivincita suprema in Alabama. Si lava nel Mississipi e beve solo Coca&Cola. È un uomo solo, con una forza immensa nelle gambe a mangiare la strada 4 corsie e papaveri rossi, uno sguardo limpido e cattivo, vendicativo, verso l’orizzonte che avanza. E forse, forse, questo mio lasciarlo andare è il più grande aiuto che io possa dargli. Lui non ha paura. Grida il nome di America dalla cima della montagna dello Shock, AMERICA! Essendo il centro perfetto dello Zero, AMERICA da dietro i canali e AMERICA da dentro i centri di accoglienza, i dormitori, i commissariati, i locali per bianchi e per neri, dentro le Chinatown grigio topo, America dentro una madre santa che piange, America sotto un alcolizzato bavoso, America dentro il mare che l’abbraccia, america con le spalle alla congrega. Con le spalle date all’aiuto e alla commiserazione. America come grido di rabbia e di emancipazione da me, da noi, da tutto quello che era stato, da tutto quello che non aveva saputo pensare, da tutti i baci e le bocche che non aveva voluto baciare.

Addio alla Congrega e addio al cuore. Perfino dio mi ha licenziata, adesso. Chi aiuterà Sophie, adesso?

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giovedì, 08 maggio 2008 ore 21:15
America

9. “Di come la luna si schiantò sulla terra”

 
Piercing al naso. Catene sui jeans, stivali neri. Rasata a zero. Niente trucco. Una cicatrice rosa e bellissima gli parte da sotto l’occhio sinistro e arriva fino al mento. È una linea finissima, curata, sembra quasi chirurgica. Luna è cattiva. È bellissima. È strana, folle e lucida, ma forse è la più banale di tutta la congrega. Voglio dire. Va bene sbandierare sotto i pennoni l’indignazione che provi verso ragazze vestite di rosa che devono bacardi breezer, rosa anche lui, mentre accarezzano i loro pitbull o mentre danno da mangiare ai loro piranha, ma scrutarle da sopra e poi da sotto, e poi inginocchiarsi ai lembi della piazza, per sollevarla e rinchiuderle dentro la sua immaginazione sonora, tanto per divertirsi, no. È banale. Noi siamo indifferenti, la congrega del serpente vive per riappropriarsi della propria identità, tutto il resto è mondo, è inutile. Non fraintendetemi, noi amiamo le persone, ci servono. Ma non tutte. Tutto quello che è “altro” non ci interessa. Non ci fa arrabbiare.

 

Vi odio. Vi odio tutti. Odio le vostre macchine bianche e lucide, i vostri cerchioni infiammati. Odio le vostre malattie, le vostre candidosi, odio i vostri preservativi d’oro di lattice. Odio i vostri liquori, le vostre sigarette di marca. Odio i vostri politici, odio i vostri voti utili. Odio il vostro lavoro. Odio i vostri libri, i vostri preti, i vostri anarchici. Vi odio. Per me siete un'unica accozzaglia dei resti del mondo tumefatto, diventato così talmente metallico che ad un certo punto, ubriaca, ci ho sbattuto contro e ho aperto gli occhi. Porco dio è così che è andata. Non c’è via di scampo, non c’è possibilità di errore. Le vostre ostetriche hanno ricacciato anche me dal quel buco senza fondo che chiamate incoscienza e mi hanno gettato nel nulla di questo vostro palco malato. Subdolo. Odio le vostre parole, i vostri gesti performativi, i vostri significati. Ah si, ciao bella, ti ricordi il plastic? Wanda? Ti ricordi il mulino rosso e di quanto ci siamo divertite fingendo con tutti di non essere troie e poi scopandoci violentemente tornate nell’albergo di Pigalle, ricordavamo a memoria le poesie di Vian? Si è stato divertente.

Odio il vostro genere. Maschi e femmine. Vi odio. Odio il ritmo del sesso, mi ricorda una macchina industriale tarata per un  lungo movimento oscillatorio e senza senso.

Odio il vostro affetto, odio vedervi che passeggiate all’ombra di pini e portici, odio il modo in cui vi riempite la bocca di parole come poesia, libertà, musica, flatulenze artigianali per le vostre bocche-orifizi disegnate e colorate. Libertà.

Non esiste su tutta la faccia della terra, un essere che sia libero come me. O più di me. Io sono la libertà inviolabile del sacro mistero virgineo, colei che decide di E s s e r e la sua volontà. Io sono ciò che voglio. E ciò che voglio ottengo. E no. Capitemi per bene. O fate finta. Io non mi sbatto per ottenere ciò che voglio, io ho una cosa nello stesso esatto momento in cui la voglio. No, non girate la testa, pensate che volere una cosa sia semplice. Io non parlo dei vostri voglio andare all’happy our, non parlo dei vostri voglio innamorarmi, dei vostri voglio venire, dei voglio che mi sposi, che mi leghi, che mi uccidi. Io parlo della Volontà che ti rende degno di avere un nome, parlo di una giustificazione che ti permetta di calpestare la terra, che renda legale dormire, riposarti, respirare. Parlo di una Volontà che ti permetta di Vivere. Di averne coscienza.

Ah, adesso la cosa è più complicata, non è vero? Alla fine di questo, una Libertà che ti permetta di odiare e di amare. Che sono due sentimenti passibili della stessa gloria e a cui ognuno di voi-non-giammai-liberi dovrebbe inchinarsi. Il mio odio, è il mio attributo principale. La mia psicologia assoluta.

È un odio sconfinato, siderale, che arriva all’escatologia. È un non abbraccio ripugnante, è una carezza sul volto data per vendetta, l’occhiata furtiva e beffarda  di Eva a Satana. È un odio rigoglioso, formativo, creativo quasi. È un odio che si è formato nella scintilla di Luna prima di tutti i tempi del tempo, prima il corpo prendesse forma, prima che la lo stomaco formasse il suo primo singulto.

 

Sono le storie degli altri il grande problema. Io che  non faccio mai un passo, che  non decido mai niente, non voglio essere in grado di giudicarvi, perché significherebbe essere simile a voi. Significherebbe capirvi.  E tutto voglio dalla mia vita di adesso tranne riuscire a capire qualcosa che non mi appartiene. La domanda è se appartengo a me stessa, se il tentare di riferire tutto alla mia persona sia giustificato o giustificabile.

Eppure.

Mi domando, se tutto quello che voglio è riuscire a vivere le mie emozioni, le mie giornate, senza dover combattere, o uccidere per stare bene, ho qualche colpa? Il fatto è che se non uccidi, se non combatti, se non ti fai forza con le poche cose che hai, che ti senti dentro, se non fai dei tuoi difetti le tue armi, sei finita. Sei una piccola foglia persa in un parco che non è tuo. Finisce che ti tatui sulla schiena il tempo che passa, e ti fai forza Luna che è tutto quello su cui puoi veramente contare. Alla fine, se cadrai, cadrai solo per colpa tua. E avrai la bellezza di quel momento sovrano tutto per te, solo per te. La luna che cade, in un solo momento altissimo, su una terra fatta di foglie d’autunno. So benissimo di aver scelto l’odio per mancanza di tatto, più per stile che per coscienza, quando niente in realtà mi portava ad odiare. Ma forse è proprio questo il punto. Si ama perché è necessario? È una vita fantastica questa, e dopotutto, a notte fonda, chiusa su un cornicione buio che sembra una suite tanto è comodo, credo che sia un motivo valido per odiarla.

Partire non serve. Scappare tanto meno. Per questo ho tanta compassione di lui, del suo abbandonarmi senza rabbia e senza rancore, del suo non farmi più male del necessario. È un abbandono dolce, preparato, nemmeno me ne sarei accorta se i riti di sorta non fossero indispensabili. La congrega i suoi simboli di eterno ritorno te li dà in prestito, sono cartellini e pratiche notarili, da riconsegnare su richiesta. E la fiamma del Grande Fuoco purifica questo e tutto quello che ti abbiamo dato, per lasciarti ancora (di nuovo) libero di sbagliare, di uccidere, di combattere, di amare.

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martedì, 06 maggio 2008 ore 18:07
Il martedì non e' mai stato così per nessuno.

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martedì, 06 maggio 2008 ore 13:31
America
 
8. “La storia del pirata Morgan”

 Il pirata Morgan è passato alla storia, oltre che per vari atti di coraggio e bellicoso furore, per un episodio particolare. Accadde che, quando nei mari del Sud ci dava la caccia tra pirati e corsari, attraversava il mar delle Antille mi pare, un vascello regale inglese. A bordo tesori mirabolanti, spezie, armi. Donne. Tutto quello che un pirata come Morgan poteva desiderare. Ma non era il solo. Un altro grande condottiero crudele, Barbanera, aveva sentito parlare del ricco vascello che solcava le acque. La voce si sparse per tutto il continente Oceano, ballava sulle onde come le note di un marinaio ubriaco. Ai porti e agli empori di tutta la terra si sussurrava della gara delle briciole, tra equipaggi diversi eppure identici, personaggi forti, grandi, leggendari quasi: Morgan e Barbanera. E una volta tanto le voci erano vere. Quei due si odiavano a morte, ogni volta qualcuno rubava all’altro una fetta di popolarità, di isola di Tortuga, e così una notte quei due capitani, ubriachi come le prime volte, ebbri di felicità, si guardarono allo specchio, come se si parlassero. Si fecero un occhiolino. Si parte.

 E si partì davvero alla rincorsa della Marina inglese, l’unica in tutta la terra che sperava che quelle voci non fossero vere. Li avrebbero straziati quei corpi, già i mozzi piangevano, l’ammiraglio e il nostromo scrivevano il loro testamento sulle assi della stiva, chi già si suicidava, non sapendo da chi farsi ammazzare. Alcuni bevvero i loro ultimi barili di rum, si tirarono l’ultima sega, mangiarono il loro ultimo pesce salato e aspettarono pazientemente che le vele delle navi pirata apparissero all’orizzonte.

Quando Barbanera salì sul ponte, ebbro di felicità, rideva. Si congratulava con l’equipaggio per averlo battuto, quello sprovveduto di Morgan! E in effetti era tutto in ordine, il tesoro era rimasto, le donne inviolate. Mesi di gozzoviglia avrebbero atteso Barbanera e il suo equipaggio.

La Marina inglese tremò in silenzio, perché non aveva aperto bocca. Attaccato alla porta della stanza del capitano, c’era un pugnale con attaccato un foglio. Diceva più o meno di prendere quello che volevi, che non c’era niente di interessante, che si sarebbero rivisti presto. Ah naturalmente, firmato, il capitano Morgan. Con tutti gli svolazzi del caso.

Poco prima che l’ultimo mozzo venisse ucciso, gli raccontò che si, era salito solo lui, aveva stuprato il capitano e un messo papale e trattenuto dal bottino solo una moneta d’oro.

 

Recitava questa storia, più o meno con le stesse parole ogni volta che poteva. Alla fine stancava, anche perché storie di pirati seicenteschi poco c’entravano con i lampioni fuori uso della rimessa degli autobus. Non faceva effetto. Ma lui non lo capiva. Morgan. Morgan Il Pirata.

 

Andiamo per mari, miei prodi! Ahahha, se non fossi solo un vecchio alcolizzato un giorno mi deciderei a scriverle, le mie storie. Farei un successo strepitoso. O magari a teatro, o anche un film! Si, un film, sul fantastico capitano Morgan. Quanto tempo sarà che non vedo un film? Mi pare che l’ultimo… no, non me lo ricordo. Non mi ricordo più niente.

Sarà l’alcool, o questa vita malridotta, questa vita finita male ancora prima di iniziare. Mia madre mi raccontava sempre che appena sono nato, ero morto. Sono stato due minuti senza respirare. E mi diceva sempre che appena lei aveva tirato un sospiro di sollievo, io avevo cominciato a piangere. Bel modo di venire al mondo, eh? Eh già. Sono l’ultimo di nove fratelli, ne sono morti tre. Io sono il più piccolo, il più bastonato, il più matto. Quello per il quale nessuno ha sbattuto ciglio quando ho preso la mia spada di legno e me ne sono andato a conquistare i mari del sud. Nessuno.

Nemmeno mia madre.

È il viaggio l’unica cosa che mi interessa. Non penso di aver mai voluto altro dalla mia vita di allora. Dalla mia vita di adesso. La sedentarietà degli indiani d’america, Marco Polo il croato che  è tornato dalla Cina e non è più voluto partire. Si era riempito troppo gli occhi di colori. Non ne poteva più. E come avrebbe potuto?

Morgan, il pirata, che si abbronza su un mare come olio, Leviathan, pensando a Coleridge e a quella vita in morte che non sa bene che cosa sia, si, ma il mare lo fa immaginare, lo fa veleggiare col pensiero. Respira, Morgan, in un doposbornia autentico, quello di quando il sole ti batte sulla pelle del cranio, e sul mare, nel mare, non c’è posto dove rifugiarti. Niente.

Che cos’ho io del pirata, dite? Beh. L’aspetto senza dubbio. Alto & curvo, capelli ricci e mori sulle spalle. Un paio di denti marci e le mani da carpentiere. Poi, vediamo, l’alcool. Non bevo acqua dal 1963, da quando qualcuno disse che aveva un sogno. Mi è sembrata una cosa importante, da festeggiare. Dannazione, il negro aveva ragione. Mi fa sorridere. Sapete cosa mi fa sorridere? L’importanza che le persone credono di avere. Ci si lustrano gli occhi, l’esofago, perfino il cazzo. Bah. La gente ha il proprio punto di riferimento così vicino al culo che mi fa schifo persino parlarne. Io sono il mio fondoschiena. Morgan, no, per esempio. Lui non aveva punti di riferimento, lasciava le sfide per manifesta superiorità. E nessuno aveva niente da ridire.

Ho la pelle nera. Piena di tatuaggi che mi sono fatto da solo. Sono pieno di appunti. È incredibile come la pelle si possa trasformare in un foglio di fattura estrema non appena le tue mani toccano un ago da cucito e una bottiglietta di china. E così croci, spade e teschi. Ma anche parole e miliardi di cristi che abbassano la testa, ormai morti. Occhi e serpenti. Triangoli e occhi. E inciso a lettere cubitali sulla schiena, o almeno credo dato che non me lo sono mai visto, M O R G A N.

È stato proprio lui a farmelo. Com’è bello il suo partire, così tremendamente vivo. Voglioso di andare, e di non tornare più. Come lo ammiro! Gli darò pacche sulle mani e lo farò nostromo! Anzi no, capitano in seconda, vedetta solo quando si scorge terra. Non so niente. Non mi convertirò mai al cristianesimo. Non prego. Non mi salverò mai. Cerco l’inferno con tutte le mie forze anche se le occasioni di fare il M a l e ormai non sono più molte come una volta.

Dopotutto quando rubavi il pane rubavi per mangiare, e uccidevi un uomo perché era solo un uomo. Dannazione, è solo un uomo. Cioè niente. Molti uomini? Niente lo stesso.

Voglio l’annullamento totale, l’annichilimento dell’io. La perdita della coscienza, voglio dormire un sonno ubriaco per tutta la vita e sognare di Lui, ancora vivo dentro di me, che conficca il pugnale nella porta della stiva.

Vivo nella assoluta e imprescindibile concezione di affondare ogni mio passo sul legno asfalto-sporco di questo ponte, come fosse un coltello di ceramica infetto nel grembo di madre terra troia schifosa. A Cristoforo colombo, o a Piazza della Repubblica, alle tre di notte, vivono gli stessi ratti deformi. Amici di ogni riflusso di fondo fogna. Strangolo le bottiglie di Rum-sputo-di-zucchero come fossero donne da strangolare. Ehi, guardatemi la prossima volta, che passate. Non mancherò di maledirvi. E quando mi viene voglia di addormentarmi, all’alba, mi tornano in mente i miei ventisei anni e il mio corpo che andava al passo con lo spirito. La neve e la pioggia, il sole di mestre, la mia fuga dai piombi del mio stesso cervello. La notte mi svegliavo strano in qualche villa di paese raccattavo alla rinfusa i miei organi ancora sani e scappavo. Correvo. Inseguendo Morgan e la ciurma. Come avrei voluto essere anche solo l’ultimo mozzo di bordo!

Si sente odore di salsedine, nella fanghiglia di Roma, alle volte. La congrega non se ne cura, perché il serpente ha giurato vendetta alla terra, e non al mare. Il mio mare mi salverà, un giorno.

Ehi, signore. Ti dono i miei barlumi di saggezza negli occhi. Tienili incastonati del blu degli occhi e buttali a Long Island, e stai solo un paio di secondi a guardarli annegare, pensa a Morgan, e poi vattene. Nemmeno tu ne sei degno.

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